Un succo di Zwoschba


Il gestore di un rifugio alpino e quello di una malga narrano del loro lavoro unico ma difficile in mezzo ai monti e all’impagabile pace delle Dolomiti.

„Senta, scusi, mi mette ‘sta pappa nel microonde?”

Il turista, sudato, attrezzato perfettamente fino alla biancheria termica, scarica il bambino, si toglie i Ray Ban appannati dal naso e respira profondamente. Sa di essere a 2340 m di altitudine, ma dato che l’uomo è atterrato perfino sulla luna e che lui si trova neanche a 2 km e mezzo di altezza, non ha il minimo dubbio che la sua richiesta non possa venire esaudita. Inoltre i suoi scarponi poggiano sulla terrazza di un edificio su cui a grandi lettere è scritto „Rifugio“.  Alfred Stoll, gestore del rifugio Bonner sul Corno di Fana a Dobbiaco, davanti a questo tipo di domande sospira profondamente. Ma mantiene la calma.

Il rifugio Bonner

“Si chiamano tutti rifugi. Ma anche i residenti spesso non si rendono conto delle condizioni disagiate in cui si lavora quassù.”

È costretto a negare le onde elettromagnetiche al cliente. Ma spiega immediatamente:

“I rifugi alpini in prima linea servono a rendere accessibile la montagna e come “rifugio” nel caso di maltempo, come luogo in cui pernottare e come base. Inoltre devono disporre di una stanza per l’inverno aperta tutto l’anno. Un rifugio alpino deve rispettare le stesse norme di un ristorante in paese. Però – e questa è la difficoltà maggiore – il rifugio deve rifornirsi di energia autonomamente.”

Il falegname professionista ha rinnovato il rifugio Bonner nel 2007, ed ancora oggi si dà da fare ovunque ve ne sia bisogno. Il problema maggiore è quello delle acque di scarico e dell’approvvigionamento di energia.

“Ho costruito una piccola centrale idroelettrica che produce mezzo kilowatt di corrente al giorno. Se ho bisogno di più energia, devo accendere il motore, e se faccio economia riesco ad accumulare l’energia superflua in una batteria, così ho una riserva.”

Il rifugio Bonner sul Corno di Fana a Dobbiaco

A un cittadino bisogna spiegarlo, che in queste condizioni non ci si può permettere un microonde, e che non corrisponderebbe neanche alla filosofia di un rifugio alpino. Ecco subito la seconda richiesta del cliente, ormai riposato.

„Gradirei una Coca Cola!”

L’oste sorride. Il suo menu prevede una scelta generosa, ma le bibite gassate o i prodotti pronti come i bastoncini di patata pronti da lessare nell’olio non vi si trovano. È abituato a deliziare i suoi ospiti con specialità dell’Alto Adige fatte in casa. Lo sguardo del turista affamato e assetato si rivolge verso sudest. Sarebbe stato meglio andare alla malga Coltrondo al Passo Monte Croce? No, sarebbe stato uguale.

„Coca Cola no, ma un succo di “Zwoschba” (mirtilli neri) o di “Grantn” (mirtilli rossi)!”

Si sente un profumino delizioso. E prima che i due ospiti se ne rendano conto, Alfred Stoll è già tornato con due bicchieri e due piatti:

”Schlutzkrapfen per la bimba e canederli allo speck per papá. E due succhi di mela. Buon appetito!”

Canederli allo speck

Tutti e tre ora sfoggiano un sorriso luminoso quanto le splendide Dolomiti.

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